Vagarte's Blog

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Casamondo, racconti interculturali

28 febbraio 2012, h 21:00

VaPian Art Bar, via Santa Croce 16 (Bologna)

CASAMONDO, presentazione dell’e-book e letture pubbliche

In collaborazione con l’associazione Eks&Tra, il Dipartimento di Filologia classica e Italianistica dell’università di Bologna e la Biblioteca multiculturale “Casa di Khaoula”

Multiculturalità al VaPian secondo appuntamento della nuova rassegna di Malicuvata coinvolgerà scritture migranti e strumenti di fruizione innovativi.

Molto si sta leggendo e scrivendo di questi tempi sull’adozione prossima futura dell’e-book. Poco si è detto, però, della possibilità che dà il formato elettronico di leggere le cosiddette “scritture emergenti”.

“Casamondo, racconti interculturali” è un esempio valido e affascinante di questa nuova possibilità di emergere, intrapreso da autori italiani e stranieri in lingua italiana, in una prospettiva definitivamente, chiaramente interculturale. È in questa ottica che la casa che si può raccontare non è più solo l’Italia, o un altro Paese, ma il mondo – dimensione più facilmente raggiungibile, peraltro, dall’oggetto elettronico.
Autori dei racconti pubblicati in “Casamondo”: Idriss Amid, Antar Mohamed Marinacola, Stefano Samorì, Rosa Manrique, Serena Destito, Giulia Solignani, Valeria Merante, Valeria Merante, Linda K. Gaarder, Patricia Quezada, Magdalena Maria Kubas, Kyunghee Jung, Laura Vallortigara, Irene Gregis, Emanuela Verna, Khadijatou Ndiaye, Lolita Timofeeva, Gassid Babilonia (Kassad Houseni), Pina Piccolo, Pia di Molfetta, Daniela Karewicz, Natalia Fagioli, Milli Ruggiero.

L’e-book contiene un’antologia dei testi prodotti dai partecipanti al laboratorio di scrittura creativa interculturale che già da qualche anno è promosso dall’associazione Eks&Tra e dal Dipartimento di Filologia classica e Italianistica dell’università di Bologna.

Saranno presenti alcuni autori che leggeranno i loro racconti. A spiegare il progetto, l’associazione Eks&Tra e Michele Righini, responsabile della biblioteca multiculturale “Casa di Khaoula”. Introdurranno Lorenzo Mari di Casa Lettrice Malicuvata e Carlo Schiavo dell’Agenzia letteraria Scritti Erranti.

Eks&Tra indica la provenienza da altri paesi: Eks=ex, e l’arrivo Tra noi.L’& è una congiunzione che assomma in sé le difficoltà e insieme la grande ricchezza dell’incontro. L’associazione Eks&Tra si adopera per la diffusione della conoscenza dell’immigrazione nelle scuole attraverso gli scritti dei migranti e incontri con gli autori.

Da alcuni anni la biblioteca di quartiere “Casa di Khaoula” anima con le proprie iniziative la vita culturale del Navile. Prende il nome da una bambina immigrata che in una lettera al quartiere chiese un posto dove fare i compiti e leggere. Da lì l’idea di una biblioteca che favorisse l’integrazione delle diverse culture.

Ogni anno 200 classi passano per i laboratori di lettura, ci sono corsi di italiano per donne straniere, sale studio, sale lettura e postazioni internet, presentazioni di documentari e di libri.

La rassegna letteraria si terrà ogni martedì alle 21:00, per quattro martedì, al Vapian.

Gli eventi sono curati da Casa Lettrice Malicuvata, un luogo di incontro tra lettore, autore ed editore.

Oltre a curare la rassegna, si occupa di valutare manoscritti inediti (romanzi e racconti) fornendo editing, correzione bozze, impaginazione, progetto grafico e traduzione (da inglese, francese, spagnolo), di recensire per riviste cartacee e portali web volumi di narrativa pubblicati in Italia.

Tutti i libri e le riviste della rassegna sono in vendita nella libreria di Zammu’, compresi gli annuari prodotti da Malicuvata.

http://malicuvata.it/http://malicuvata.wordpress.com/http://facebook.com/malicuvata

http://www.eksetra.net/

www. eksetra.net

febbraio 24, 2012 Posted by | Bologna, cultura, Лолита Тимофеева, Lolita Timofeeva, Lolita Timofejeva | , , , , , , , , | Lascia un commento

Morire non è un atto ben preciso

di Pina Piccolo

Dal Quaderno di Saramago, ultima entry del blog dell’autore:

Oggi, venerdì 18 Giugno, José Saramago è spirato alle 12,30 nella sua casa di Lanzarote, all’età di 87 anni, a seguito di un cedimento multiplo degli organi, dopo una lunga malattia.

Lo scrittore è morto con al suo fianco la famiglia, andandosene in modo sereno e tranquillo.

Fondazione José Saramago
18 Giugno 2010

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Checché se ne dica, morire non mi sembra un atto ben preciso, distinto nelle sue fasi con cesure evidenti, confini netti stagliati: sono solo le macchine che la misurano così e i medici/clero con i loro metri assoggettati alla tecnica. Il termine “spirato” utilizzato dai suoi successori nel suo blog Il Quaderno (chissà, forse deciso con Saramago stesso) lenisce una certa materialità del fenomeno morte a favore di qualcosa di più etereo. Chissà, forse neppure il Vecchio ateo scontroso, nemico acerrimo di acquasantiere, riesce a domare  quella sua parte di esistenza che continua imperterrita quando la materia ha smesso di conformarsi a certi parametri denominati vita. E questo in barba al fatto che l’accanito neurone, messo a mollo per decenni in un bagno di materialismo dialettico, cerchi disperatamente di spegnersi, inorridito dal vago ricordo che  “The proof is in the pudding”, ma non ce la fa, continua a registrare ancora per un po’ anche se scollegato da altre parti del sistema che prima permettevano la comunicazione. E forse, liberato dall’apparato, il neurone ora continua a viaggiare (se n’è andato ci dicono i parenti),  ancor di più se nella “vita” era abituato a scorrazzare per le praterie dell’immaginazione. O le brughiere. O gli altopiani della penisola iberica rincorrendo il pensiero strategico dei cani o inseguendo le scie dell’essere lasciate nei secoli da maree di pellegrini. Lui, il Vecchio tremendo, le percepiva con un organo sconosciuto alla scienza di oggi ma forse ben noto alle antiche popolazioni distribuite in tutto il mondo, quelle che nell’antica Pergamo avevano predisposto lAsklepieon “centro benessere” spirito-corpo non ancora soggetto alle leggi del mercato. Questo molto prima che avvenisse la scissione tra spirito- corpo, prima che in Occidente si costruissero compartimenti stagno contenenti le due perle come forzieri. Ogni tanto arrivava un pirata che aveva trovato una mappa sbrindellata e cercava di forzare quei due scrigni, disposti uno accanto all’altro c’era chi vi riusciva con la musica, chi con la scrittura, chi con il pennello, chi con una teoria ma erano fatti isolati che duravano magari la lunghezza di una “vita” o si protraevano nelle ‘vite’ di discepoli e movimenti che si allontanavano ogni anno sempre di più dal momento della scoperta, e come il gioco in cui si dice una parola che arriva completamente deformata e fraintesa alla fine di un circolo di sussurratori  anche questa si perdeva nei meandri, e più forte ritornava la scissione.

Ma il grande Vecchio aveva un orecchio diverso, udiva il sussurro delle cose e questo non lo inquietava. Altri erano stati condotti alla follia da quelle voci insistenti, lui no le ascoltava e registrava nel magma della scrittura, senza tentare di domarle col logos delle virgole e dei punti. E poiché era in grado di percepire lo spirito delle cose tendeva a non scindere la scrittura dalla vita, tutto diveniva un grande contenitore che tendeva verso  qualcosa di libero e di giusto. Osservava quello che lo circondava e cercava di carpirne i segni, di respirarne la metafora. E in questo forse si differisce dai monologhi interiori, dai flussi di coscienza di altri grandi scrittori europei il cui magma è meno radicato nella terra e riproduce i meandri cerebrali di un’Europa che ha perso il contatto con ciò che è materiale, che ha eletto la mente e la coscienza ad elemento superiore, che insiste nella scissione tra spirito e corpo. Forse quell’Europa che per la lontananza da quelle radici pone l’ordigno al centro della terra, secondo la descrizione di Svevo di cento anni fa, ma oggi ancora più che attuale. Ma Saramago, anche nello scemare dei globuli rossi, dei globuli bianchi e delle piastrine veraci nel suo sangue che lo portavano a un lento cessare della vita per mancanza di ossigeno alle cellule e proliferare di infezioni forse legge dei segni. Chissà, non mi stupirei se forse un giorno trovassimo un suo scritto in cui dialoga con la malattia.

Su YouTube, qualche settimana fa, ho visto la sua commozione davanti a “Cecità” realizzato sulla pellicola, le lacrime di gratitudine verso chi era riuscito a far materializzare fedelmente sullo schermo ciò che lui aveva inteso sulla pagina.  Credo che fossero anche lacrime malinconiche, regalate dalla coscienza dell’imminenza del distacco che lo avrebbe separato da quegli atti di creazione, dalla comunità di intenti che per 70 anni lo aveva legato a chi leggeva le sue opere, a chi ne facilitava la diffusione.  Ricordo quelle stesse lacrime malinconiche dentro gli occhi acquosi di  mio padre contadino, anche lui un vecchio ottantenne colpito dalla malattia che ti affievola a poco i sensi privando le cellule di ossigeno. Lui che di pagine ne aveva scritte poche, solo qualche riga per registrare in un italiano trasudante dialetto calabrese la saggezza degli antichi tramandata attraverso proverbi e storielle. Erano forse questi contadini gli ultimi eredi di quella unità del mondo che il Grande Vecchio cercava di imbastire sulla pagina. Non a caso ai suoi nonni aveva dedicato il Nobel assegnatogli per la letteratura. Parlando dei suoi nonni, contadini analfabeti, da lui definiti le persone più sagge che avesse mai conosciuto, ricordava con commozione che il nonno malato, prima di lasciare la sua casa per essere portato ad una visita dal medico della grande città aveva salutato i suoi alberi, si era diretto  “di albero in albero del suo podere, ad abbracciare i tronchi, a congedarsi da loro, dai frutti che non mangerà più, dalle ombre amiche”.

Per me che sono stata un’accanita lettrice, la cosa che mancherà di più sarà aspettare l’uscita del prossimo romanzo di Saramago, ma forse questa mancanza sarà un motivo in più per onorarne la memoria allenandomi in una scrittura tesa a sbavagliare il mondo e ripercorrerne l’unità.

giugno 22, 2010 Posted by | letteratura | , | Lascia un commento

Tributo a Miriam Makeba

4-5-6 giugno 2010 – IMOLA

In occasione della prossima edizione di “Imola in Musica”, il Comitato Primo Marzo –      Imola (adesioni all’iniziativa del 1° marzo 2010: Consulta degli stranieri, Trama di Terre, Next Generation, PD, PRC, Giovani Democratici, Gruppi di Acquisto Solidali  di Lugo e di  Imola, Centro Islamico, Senegalesi Insieme, A Sinistra. COBAS, Sinistra Critica, Coordinamento antirazzista di Imola, Amnesty International, Emergency, Gruppo teatrale TILT, Compagnia Teatrale della Luna Crescente, Cooperativa Il Solco) ha elaborato il progetto “Tributo a Miriam Makeba” che unisce musica, poesia e occasioni di approfondimento, in tre giorni di iniziative dedicate alla memoria di una grande artista, una grande persona di rara sensibilità e di straordinario coraggio, fino al termine della sua vita impegnata a testimoniare solidarietà verso gli ultimi, gli sfruttati, gli umiliati.

Miriam Makeba è scomparsa a Castelvolturno il 10 novembre 2008, subito dopo essersi esibita in un concerto organizzato in solidarietà con Roberto Saviano e i sei lavoratori africani uccisi dalla camorra. La sua figura e la maniera emblematica in cui è morta assumono grande rilevanza nell’Italia di oggi.

Il progetto si compone di due parti:

1)       L’allestimento, alla Sala Annunziata, di uno spazio/mostra dedicato all’artista, dal 4 al 6 giugno.

Orari apertura mostra: venerdì 4 giugno: 17-22; sabato 5 e domenica 6 giugno: 10-12 e 16-22

L’esposizione di vari materiali (foto, filmati, testi) è curata nell’intento di restituire lo spessore umano ed artistico di “Mama Africa”, emblema di una complessa ricerca di espressione, di libertà, di dignità.

La stessa Sala Annunziata si fa punto di incontro per tre momenti di approfondimento/tavole rotonde.

Venerdì 4 giugno

ore 17: Inaugurazione della mostra “TRIBUTO A MIRIAM MAKEBA – Immagini, parole, suoni”

0re 18: “MAMA AFRICA”, tavola rotonda sul contributo di Miriam Makeba alla musica e alla lotta contro il razzismo. Con la partecipazione di: Marcello Lorrai (giornalista di “Radio popolare”, esperto di musica africana), Natalia Molebatsi (poetessa/performer), Siid Negash Sefaf (videografo, organizzatore culturale in ambito giovanile con Next Generation), rappresentanti delle comunità africane in Italia, Uoldelul Chelati Dirar (docente di storia africana Università di Macerata, in funzione di moderatore)

Letture dall’autobiografia di Miriam Makeba, ad opera di Marina Mazzolani e Corrado Gambi (Compagnia Teatrale della Luna Crescente)

Sabato 5 giugno

ore 17.30: “DONNE E AFRICHE”, tavola rotonda. Con la partecipazione di: Cecile Kyenge Kashetu (promotrice e coordinatrice progetto AFIA su sanità e salute a Lubumbashi, Congo, responsabile regionale  del PD delle politiche per l’immigrazione), Alex Sarr (rappresentante di Noppaw campagna per riconoscere e valorizzare il ruolo delle donne in Africa e dare loro il Premio Nobel per la Pace 2010), Ernestine Kahindo Katirisa, (presidente dell’Associazione Società Civile Congolese d’Italia, già  coordinatrice della promozione della donna a Goma nella R. D. Congo), Sokhna Sidibe, (operatrice sociosanitaria a Imola, conduttrice di laboratori per la promozione di forme artistiche ed artigianali africane, informata su donne e soluzioni ai problemi dell’acqua in Africa)

Domenica 6 giugno

ore 17.30: “POESIA IN VOCE. Griot, spoken word e slam”, tavola rotonda. Con la partecipazione: Paola Splendore (professoressa di letteratura post coloniale all’Università di Roma3, traduttrice di Warsan Shire), Raphael D’Abdon (studioso di performance poetry, hip hop all’Universita’ di Udine), Warsan Shire (poetessa/performer), Marco Borroni (studioso e saggista, si occupa di rap e forme di poesia orale in Italia), Franco Minganti (docente di letteratura americana all’Università di Bologna, in funzione di moderatore)

2)       “SE MORISSI SUL PALCOSCENICO SAREI LA PERSONA PIU’ FELICE DEL MONDO” Concerto in Piazza Medaglie D’Oro, dalle ore 20,30 di domenica 6 giugno: Performances delle poetesse di spoken word Natalia Molebatsi (sudafricana) con la sua band e Warsan Shire (somala)

Con la partecipazione di: Gruppo Danze Africane UONGAI – Imola; Ernestine Kahindo Katirisa (canzoni in swahili e altre lingue africane);  Afrolite Kultral Group Music & Folks.

Comitato Primo Marzo 2010 – Imola

Informazioni e referenti: primomarzo2010Imola@gmail.com, http://www.primomarzo2010.it/

328 7152026 (Olawale Oladejo), 338 6268250 (Pina Piccolo), 393 5854324 (Kashif Raza),

347 6139456 (Alessandro Grancitelli)

giugno 1, 2010 Posted by | attualità, Imola, società | , , , | 3 commenti

RAPSODIA IN GIALLO

di Pina Piccolo

Per il primo marzo 2010

Quasi tutti coloro che hanno avuto la buona o cattiva sorte di ritornare tra i vivi dicono che quando si scivola nel tunnel della morte si è  come circondati da un immenso, rasserenante biancore.

Quale potrebbe essere invece il colore del risveglio  dallo stato di coma e, per analogia, mettendola sul piano politico/sociale, il risveglio dal lungo torpore in cui è sprofondata gran parte della societa’ civile italiana negli ultimi 15 anni? Quale colore potrebbe essere in grado di fugare in men che non si dica  l’algido candore del coma profondo in cui versa la nostra societa’ civile? Mi verrebbe da pensare a un bel giallo, ricco luminoso, solare che potrebbe anche mantenere tra le pieghe qualcosa di fresco, tipo il colore dei limoni.

Ebbene, questo è il colore che è toccato in sorte alla giornata Primo Marzo 2010: una giornata  senza migranti, che si svolgerà  in Italia come pure in Francia, Grecia, Spagna rifacendosi a una simile iniziativa di successo organizzata nel 2006 negli Stati Uniti sulla scia del film di Arau  “A Day Without Mexicans”, (Un giorno senza messicani).

Siamo stati abituati per piu’ di un secolo ad abbinare i colori alle ideologie politiche,  qui in Italia principalmente il rosso il nero.  Questa tendenza è stata interrotta negli anni 70-80 quando il movimento ecologista dei verdi fece irruzione nella società e, secondariamente nella scena politica, piazzandosi in posizione autonoma rispetto a politica e religione. Poi ci sono stati i vari arcobaleni (della pace in Italia rifacendosi alla Bibbia, la Rainbow Coalition tra gruppi etnici, o  dei diritti GLBT negli USA). Gli arancioni di Rajneesh si rifacevano a simbologie induiste e il movimento indipendentista dell’Ucraina ha scelto lo stesso colore. Negli ultimi tempi il verde è stato riciclato e di conseguenza  da noi in Italia è toccato in sorte il verde della Lega nord mentre invece in Iran è il colore dei sostenitori di Moussavi. Adesso in Italia il viola è stato scelto per simboleggiare l’ultima resistenza allo sfacelo della Costituzione, nonostante il fatto che  in un paese cattolico faccia venire in mente la Quaresima.

Che rimestolio di simboli e di colori! I capovolgimenti sono tali da far perdere l’orientamento cromatico.

È interessante notare che il giallo, l’ipotetico colore del risveglio del coma, possiede sia valenze positive sia negative, e per me che provengo da due terre la situazione si ingarbuglia ulteriormente: sul piatto positivo della bilancia mi viene da collocare il sole (e lo sento già che in versione melo-stereotipata “Sta in fronte a te! Sta in fronte a me!”), le distese di grano frammezzate a papaveri rossi e fiordalisi azzurri,il “Yellow submarine” dei Beatles, quella specie di imbarcazione speranzosa che ci contiene tutti (“We all live in a yellow submarine”); sul piatto negativo il giallastro dell’itterizia di chi ha sofferto l’epatite virale, i morti ammazzati che popolano il genere letterario giallo, il giallo dei crumiri, mi ha ricordato un amico. Negli Stati Uniti addirittura la stampa gialla, certo giornalismo sensazionalista che in un certo momento ha favorito movimenti guerrafondai. Per non parlare poi del famoso “yellow ribbon” (nastro giallo) che a scelta potrebbe simboleggiare un augurio di ritorno  a casa delle truppe sparse per terre straniere, il simbolo di fedeltà  di una moglie e del suo entusiasmo per il ritorno a casa del marito detenuto (“Tie a yellow ribbon round the old oak tree”), o spaziando verso le Filippine , il colore scelto da Cory Aquino nella lotta contro Marcos. 

Esiste poi, storicamente, anche il giallo dell’emarginazione, basti pensare alla stella di David gialla che furono costretti a portare gli ebrei durante le persecuzioni naziste o il segnale di pericolo della bandiera gialla che veniva issata secoli prima sulle imbarcazioni in cui c’erano gli appestati o, più tardi, i malati di colera.

Oggi in Italia in un certo senso il giallo del primo marzo abbraccia le due valenze: il sole e un auspicabile risveglio della società che aspira a un nuovo modo di vivere insieme da un lato, e dall’altro la riscossa degli emarginati, degli appestati e degli ebrei di oggi che provengono prevalentemente dal sud del mondo e qualche volta anche dall’est. Arrivati ad una condizione di sfibramento da denigrazione, sfruttamento e ostilità, specialmente qui in Italia, i migranti oggi ci dicono: e vabbuo’ volete la nostra invisibilità, volete godere dei frutti del nostro lavoro e della nostra immaginazione ma senza il fastidio di dover riflettere su come si potrebbe vivere insieme in maniera equa? Ebbene noi ci renderemo invisibili per un giorno perché siamo noi a deciderlo, non ci vedrete nei luoghi di lavoro, degli acquisti, dell’amministrazione, dei commerci , per un giorno sarà “No business as usual” e al nostro posto troverete la grande macchia gialla di una fetta della popolazione, che abbraccia migranti e stanziali e che si impegna, e non solo oggi, ma nel  lungo termine, a far sparire  questa odiosa separazione tra “noi” e “loro”.

La parola “invisibilità”, ricorre nelle testimonianze dei lavoratori africani di Rosarno, che  lamentano  in una lettera “ “Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza” […] Dovrebbe far riflettere il fatto che questa condizione di invisibilità caratterizzava anche l’esistenza degli afro-americani solo qualche anno prima che nascesse il movimento per i diritti civili, e non a caso, nel 1953 esce il libro dell’autore afro-americano Ralph Ellison intitolato “Invisble Man” il cui protagonista vive in angolo dimenticato della cantina di un palazzo per soli bianchi. In questo posto segreto, rubando l’elettricità all’edificio, egli crea un ambiente illuminato da 1369 lampadine (la sua macchia gialla). Dice, “Il mio buco è caldo e pieno di luce. Sí pieno di luce. Dubito che esista un posto più luminoso in tutta New York, compresa Broadway”. Spiega poi che la luce è per lui una necessità intellettuale dal momento che “la verità è luce e la luce è verità”. Pochi anni dopo la pubblicazione di questo libro, nel 1955,  nasce e si espande rapidamente il movimento per i diritti civili degli afro-americani la cui potenza ed il cui impatto sulla società statunitense sono noti in tutto il mondo.

Dall’invisibilità alla luce: ci auguriamo che questa analogia sia foriera della nascita di un movimento di notevoli proporzioni in tutta Europa  per un nuovo modo di vivere insieme. Che il Primo Marzo 2010 danzi al ritmo di una Rapsodia in giallo il cui volume sommerga il cadenzato passo marziale che da un po’ caratterizza la colonna sonora del BelPaese! 

febbraio 2010

per il primo marzo 2010

febbraio 24, 2010 Posted by | Bologna, letteratura, società | , , | Lascia un commento