Vagarte's Blog

Just another WordPress.com weblog

Costanza Savini. Sette storie per l’anima. Parole come rimedi

?????????????????????“Sette storie per l’anima” è una raccolta di racconti dove le storie e le parole, se lette giorno dopo giorno seguendo l’ordine e le pratiche collegate, aiutano ad avviare un movimento, un processo trasformativo che è insieme anche un rito di cura.
Il libro è di Costanza Savini edito dalla Casa Editrice Il Ciliegio nella collana Spiritualità e Benessere. La copertina è dell’artista Lolita Timofeeva e ritrae l’Albero della Vita.
Il libro verrà presentato attraverso un laboratorio interattivo sabato 29 novembre alle ore 17.30 alla Libreria Naturista di via degli Albari 2/d a Bologna.

Info: tel. 051-231930, libreria@librerianaturista.it

Annunci

novembre 27, 2014 Posted by | cultura, letteratura, Lolita Timofeeva | , , , , | Lascia un commento

Enzo Rossi Roiss. Chi è costui? Nuovi commenti (II)

Pubblichiamo nuovi e animati commenti suscitati dall’articolo “Enzo Rossi Roiss. Chi è costui?”      http://kengaragsit.blogspot.com/2010/05/enzo-rossi-roiss-chi-e-costui.html

Elisabeth ha detto…

Visto i commenti apparsi anche su FB voglio chiarire che Elisabeth Thatcher non ha mai scritto o firmato un testo dedicato a un certo Rossi Roiss. Sarebbe un grave spreco di tempo e di energie.
Unica volta che l’ho citato, è stato quasi un anno fa in un mio blog, parlando di Biennale di Venezia (unica volta dove l’ho incrociato) e mi ha divertito troppo in un suo monologo. Ecco la citazione (in versione ridotta per pietà): “… ho fotografato i visitatori, ho conosciuto gente stravagante: come … Oppure un altro vecchietto … che si aggirava in mezzo alle due sedi dell’esposizione “Glasstress” e si presentava come l’organizzatore e critico di nome Rossi Roiss. Peccato che abbia parlato così tanto di se stesso che mi ha fatto insospettire e dopo una breve verifica ho scoperto che è solo un guardiano, una specie di bidello fornito insieme allo spazio, compreso nel prezzo. La Biennale è bella anche per questi personaggi simpatici.”
Ma ho ospitato volentieri sia sul mio blog, sia su FB questo testo che stiamo commentando perché lo trovo deliziosamente ironico.
Elisabeth Thatcher

02 giugno 2010 09:44

Elisabeth ha detto…

Fa tenerezza uno che comunica al mondo intero di avere dieci libri pronti per la stampa mai presi in considerazione da nessuno. Guardare: “pronti per la stampa” http://www.rossiroiss.it/wordpress/pronti-per-la-stampa

30 luglio 2010 21:02

Anonimo ha detto…

di alberto agazzani

Un tal Enzo Rossi Roiss, che non ho mai conosciuto e della cui esistenza in terra ho appreso solo in tempi recenti, continua ossessivamente e compulsivamente ad inviare e pubblicare notizie riguardo al sottoscritto che, nella migliore delle ipotesi, rappresentano solo una distorta e malevola interpretazione della realtà.

Il sottoscritto, critico d’arte e curatore professionista (con tanto di Partita Iva), ha prestato il proprio contributo in maniera del tutto gratuita in occasione della mostra veneziana dei sedicenti disegni di Francis Bacon, esprimendo nel suo saggio in catalogo, nel novero di un’indagine storica tutta in divenire, non poche perplessità; perplessità ovviamente non condivise dai poco limpidi organizzatori e che hanno trovato alimento ulteriore con le iniziative successive messe in atto da Cristiano Lovatelli-Ravarino in sintonia con l’editore Christian Maretti e l’avvocato Umberto Guerini. Iniziative che in alcun modo interessavano ed interessano il sottoscritto che, di fatto, ha negato qualunque ulteriore coinvolgimento, chiudendo da tempo, definitivamente e chiaramente, qualsiasi rapporto con suddetti personaggi.
Il signor Rossi-Roiss, che continuo a ribadire di non aver mai conosciuto, si è permesso in maniera arbitraria e scorretta di diffondere i contenuti di comunicazioni personali, atte solo ad alimentare la mia ricerca di verità e il mio personale studio di quei disegni. Nel far ciò si permette di manifestare nei miei confronti osservazioni del tutto deliranti, in quanto, a differenza sua, il mio curriculum professionale è conclamato da vent’anni di d’attività, con centinaia di mostre realizzate in tutto il mondo e oltre cento pubblicazioni, all’interno delle quali l’episodio veneziano dei disegni di Bacon appare assai risibile.
Non ho mai inteso nè inventarmi nè spacciarmi per baconologo tout-court, come asserisce il signor Rossi Roiss, essendo il mio precipuo interesse e la mia attività indirizzate principalmente verso l’arte contemporanea e non la storia dell’arte (antica, moderna e contemporanea) propriamente detta. Ciò non toglie che l’incessante studio e approfondimento della storia dell’arte rimangano la base imprescindibile del mio mestiere ed in quest’ottica va inteso il mio interesse anche verso la vicenda intrigante dei sedicenti disegni bolognesi di Francis Bacon.

I doni, natalizi e non, ricevuti spontaneamente da Cristiano Lovatelli Ravarino, che lui poco elegantemente e inopportunamente ha avuto il pessimo gusto di elencare, rinfacciandoli di fatto, in un suo delirante scritto ripreso altrettanto follemente dal Rossi Roiss in uno dei suoi tanti blog, sono stati evidentemente provocati da un suo ingiustificato quanto immotivato senso di riconoscenza verso la mia persona, all’interno di un rapporto personale (non intimo, preciso) in alcun modo riconducibile alla mia esperienza veneziana.

Il signor Rossi-Roiss dimostra una scorretezza, un livore, un accanimento ed una pervicacia contro il Lovatelli Ravarino e i suoi disegni; malevolenza che si manifesta nell’ossessiva diffusione di informazioni parziali e nuovamente malevole (coinvolgendo persone largamente estranee all’oggetto della sua livorosa guerra personale e guardandosi bene dal pubblicare le repliche ricevute) che poco hanno a che fare con quella serenità e lucidità che ritengo fondamentali per la corretta conduzione di qualunque indagine seria ed equilibrata.

Questo tanto per chiarire.

18 agosto 2010 20:42

Anonimo ha detto…

di alberto agazzani

PS Nel giugno del 2009 mi è stata chiesta la disponibilità ad occupare la poltrona di assessore alla Cultura del Comune di Guastalla da parte del futuro vicesindaco, in quota Lega Nord (nella lista della quale sono stato candidato come INDIPENDENTE – ero membro dell’esecutivo del Dipartimento Cultura del PdL Lombardia al tempo – ed ELETTO, secondo per preferenze, consigliere della Città Storica a Reggio Emilia, incarico per il quale mi ero appunto candidato); disponibilità che è stata cortesemente negata, non ritenendomi in grado di ricoprire detto incarico nè interessato a svolgere attività ulteriori e diverse da quella che già svolgo. Anche su questo argomento il signor Rossi Roiss ha distorto malevolmente la realtà dei fatti.

19 agosto 2010 09:46

Anonimo ha detto…

Il signor Rossi Roiss continua a riempire blog su blog dichiarando di aver denunciato Alberto Agazzani per questo scritto. Capisco il tentativo di far tacere le voci scomode (o quello di spillare quattrini che possano dargli un po’ di ossigeno), ma dubito fortemente che qualunque giudice possa ravvisare qualcosa di illegale in questo scritto. Primo perchè Agazzani si riferisce alle opinioni del Roiss e, secondariamente quando si riferisce allo stesso, lo fa esprimendo a sua volta opinioni personali, che, piacciano a no all’arzillo Enzo, rappresentano il suo libero pensiero ed in alcun modo contengono elementi perseguibili. Occorre, però, prestare attenzione al pensionato nullatenente: non cadete nella trappola della sua provocazione ossessiva perchè quello di guadagnarci danari attraverso denunce civili pare essere il vero obiettivo (e fonte di guadagno, evidentemente).

23 agosto 2010 17:18

Luigi ha detto…

Ho la fortuna di non essere stato mai coinvolto con questo losco personaggio e ringrazio per le preziose informazioni da tenere bene in mente per il futuro di tutti noi . Luigi F. Canepa

25 agosto 2010 11:02

Silvia ha detto…

sono poche le persone corrette come Alberto Agazzani, lo ringrazio personalmente per mettere in guardia gli artisti da personaggi agghiaccianti così con il coraggio di fare nomi e cognomi… ci sono già un mucchio di gallerie che si approfittano degli artisti, se si agiunge anche una lista interminabile di “fenomeni” del genere passa la voglia di continuare a far parte di questo mondo…non capisco perchè una persona del genere non l’abbiano ancora fermata una volta per tutte..

25 agosto 2010 15:54

Anonimo ha detto…

Mi fa sorridere che proprio il signor Agazzani sottolinei l’articolo.Tra lui e il signor Rossi non so chi sia peggio.Fate una ricerca e vedrete che i due personaggi fanno a gara per le cose dette, le bugie, le violenze verbali e fisiche, le denunce, la presunzione,
Consiglio, lasciate perdere tutti e due e vivrete meglio.
Saluti

Marco Verrani

25 agosto 2010 20:32

Anonimo ha detto…

La sfiga è che purtroppo qualcuno di quegli insulsi volumetti è stato realizzato. in qualità di grafico mi sono trovato ad avere a che fare con lui. Case editrici inesistenti, conti mai pagati. Un poveraccio insomma che per sbarcare il lunario si atteggia a critico d’arte, villantando conoscenze e capacità che in realtà non ha. In questo gli va riconosciuta una grande capacità. ma è altamente pericoloso statene alla larga se non ci volete rimettere dei denari.

09 settembre 2010 21:08

Anonimo ha detto…

Di Steve
Allora aggiungo anche la mia testimonianza in qualità di traduttore: mai pagato per una traduzione commissionata da Rossi Roiss, preso in giro per mesi. Dopo alcuni anni un amico stampatore me lo nomina in una conversazione come un possibile cliente, sconsiglio vivamente. Lo stampatore casca comunque. Risultato: uno dei suoi assurdi libri stampato e poi mandato al macero. La sua tecnica è questa: ordina il lavoro, quando il libro è pronto paga un piccolo acconto e ritira alcune copie per fare la presentazione in pompa magna, così per il “pubblico” il libro già esiste. Restanti copie mai pagate e quindi mai ritirati. Ma sul suo sito il libro risulta esaurito, quindi come fosse avito un grande successo. Non è diabolico?
Steve

11 settembre 2010 10:57

bolognese ha detto…

Ha hah ha! Ma sapete chi è il suo pubblico? Il barbiere, il macellaio, il calzolaio ecc.. La presentazione serve a racimolare pochi euri presso questi grandi lettori. Il barbiere che mostra sempre i suoi libri addirittura è convinto che rossi roiss è console o forse anche l’ambasciatore della lettonia! Ha hah ha!

11 settembre 2010 14:06

settembre 24, 2010 Posted by | attualità, biografia, Bologna, Enzo Rossi Roiss, letteratura, sondaggio, storia | , | 2 commenti

Morire non è un atto ben preciso

di Pina Piccolo

Dal Quaderno di Saramago, ultima entry del blog dell’autore:

Oggi, venerdì 18 Giugno, José Saramago è spirato alle 12,30 nella sua casa di Lanzarote, all’età di 87 anni, a seguito di un cedimento multiplo degli organi, dopo una lunga malattia.

Lo scrittore è morto con al suo fianco la famiglia, andandosene in modo sereno e tranquillo.

Fondazione José Saramago
18 Giugno 2010

Commenti disabilitati

Checché se ne dica, morire non mi sembra un atto ben preciso, distinto nelle sue fasi con cesure evidenti, confini netti stagliati: sono solo le macchine che la misurano così e i medici/clero con i loro metri assoggettati alla tecnica. Il termine “spirato” utilizzato dai suoi successori nel suo blog Il Quaderno (chissà, forse deciso con Saramago stesso) lenisce una certa materialità del fenomeno morte a favore di qualcosa di più etereo. Chissà, forse neppure il Vecchio ateo scontroso, nemico acerrimo di acquasantiere, riesce a domare  quella sua parte di esistenza che continua imperterrita quando la materia ha smesso di conformarsi a certi parametri denominati vita. E questo in barba al fatto che l’accanito neurone, messo a mollo per decenni in un bagno di materialismo dialettico, cerchi disperatamente di spegnersi, inorridito dal vago ricordo che  “The proof is in the pudding”, ma non ce la fa, continua a registrare ancora per un po’ anche se scollegato da altre parti del sistema che prima permettevano la comunicazione. E forse, liberato dall’apparato, il neurone ora continua a viaggiare (se n’è andato ci dicono i parenti),  ancor di più se nella “vita” era abituato a scorrazzare per le praterie dell’immaginazione. O le brughiere. O gli altopiani della penisola iberica rincorrendo il pensiero strategico dei cani o inseguendo le scie dell’essere lasciate nei secoli da maree di pellegrini. Lui, il Vecchio tremendo, le percepiva con un organo sconosciuto alla scienza di oggi ma forse ben noto alle antiche popolazioni distribuite in tutto il mondo, quelle che nell’antica Pergamo avevano predisposto lAsklepieon “centro benessere” spirito-corpo non ancora soggetto alle leggi del mercato. Questo molto prima che avvenisse la scissione tra spirito- corpo, prima che in Occidente si costruissero compartimenti stagno contenenti le due perle come forzieri. Ogni tanto arrivava un pirata che aveva trovato una mappa sbrindellata e cercava di forzare quei due scrigni, disposti uno accanto all’altro c’era chi vi riusciva con la musica, chi con la scrittura, chi con il pennello, chi con una teoria ma erano fatti isolati che duravano magari la lunghezza di una “vita” o si protraevano nelle ‘vite’ di discepoli e movimenti che si allontanavano ogni anno sempre di più dal momento della scoperta, e come il gioco in cui si dice una parola che arriva completamente deformata e fraintesa alla fine di un circolo di sussurratori  anche questa si perdeva nei meandri, e più forte ritornava la scissione.

Ma il grande Vecchio aveva un orecchio diverso, udiva il sussurro delle cose e questo non lo inquietava. Altri erano stati condotti alla follia da quelle voci insistenti, lui no le ascoltava e registrava nel magma della scrittura, senza tentare di domarle col logos delle virgole e dei punti. E poiché era in grado di percepire lo spirito delle cose tendeva a non scindere la scrittura dalla vita, tutto diveniva un grande contenitore che tendeva verso  qualcosa di libero e di giusto. Osservava quello che lo circondava e cercava di carpirne i segni, di respirarne la metafora. E in questo forse si differisce dai monologhi interiori, dai flussi di coscienza di altri grandi scrittori europei il cui magma è meno radicato nella terra e riproduce i meandri cerebrali di un’Europa che ha perso il contatto con ciò che è materiale, che ha eletto la mente e la coscienza ad elemento superiore, che insiste nella scissione tra spirito e corpo. Forse quell’Europa che per la lontananza da quelle radici pone l’ordigno al centro della terra, secondo la descrizione di Svevo di cento anni fa, ma oggi ancora più che attuale. Ma Saramago, anche nello scemare dei globuli rossi, dei globuli bianchi e delle piastrine veraci nel suo sangue che lo portavano a un lento cessare della vita per mancanza di ossigeno alle cellule e proliferare di infezioni forse legge dei segni. Chissà, non mi stupirei se forse un giorno trovassimo un suo scritto in cui dialoga con la malattia.

Su YouTube, qualche settimana fa, ho visto la sua commozione davanti a “Cecità” realizzato sulla pellicola, le lacrime di gratitudine verso chi era riuscito a far materializzare fedelmente sullo schermo ciò che lui aveva inteso sulla pagina.  Credo che fossero anche lacrime malinconiche, regalate dalla coscienza dell’imminenza del distacco che lo avrebbe separato da quegli atti di creazione, dalla comunità di intenti che per 70 anni lo aveva legato a chi leggeva le sue opere, a chi ne facilitava la diffusione.  Ricordo quelle stesse lacrime malinconiche dentro gli occhi acquosi di  mio padre contadino, anche lui un vecchio ottantenne colpito dalla malattia che ti affievola a poco i sensi privando le cellule di ossigeno. Lui che di pagine ne aveva scritte poche, solo qualche riga per registrare in un italiano trasudante dialetto calabrese la saggezza degli antichi tramandata attraverso proverbi e storielle. Erano forse questi contadini gli ultimi eredi di quella unità del mondo che il Grande Vecchio cercava di imbastire sulla pagina. Non a caso ai suoi nonni aveva dedicato il Nobel assegnatogli per la letteratura. Parlando dei suoi nonni, contadini analfabeti, da lui definiti le persone più sagge che avesse mai conosciuto, ricordava con commozione che il nonno malato, prima di lasciare la sua casa per essere portato ad una visita dal medico della grande città aveva salutato i suoi alberi, si era diretto  “di albero in albero del suo podere, ad abbracciare i tronchi, a congedarsi da loro, dai frutti che non mangerà più, dalle ombre amiche”.

Per me che sono stata un’accanita lettrice, la cosa che mancherà di più sarà aspettare l’uscita del prossimo romanzo di Saramago, ma forse questa mancanza sarà un motivo in più per onorarne la memoria allenandomi in una scrittura tesa a sbavagliare il mondo e ripercorrerne l’unità.

giugno 22, 2010 Posted by | letteratura | , | Lascia un commento

LA PALA DI DAOUDA

http://www.primomarzo2010.it/

di Julio Monteiro Martins

Corpi forti e scuri hanno trovato lavoro per i loro muscoli e sudano mentre ascoltano ogni tanto i rigurgiti del capoccia, in una strana lingua senza cantici, fatta solo di ordini e dinieghi, urlata da una parte, mugugnata dall’altra.

C’è tensione nell’aria, ogni sonno è all’erta. Le crepe sottili che preludono al crollo. Da un momento all’altro arriverà lo scricchiolio, il segnale di fuga.

Ecco il mondo nuovo, pieno di recinzioni, una scacchiera rigata dal filo spinato. E le pedine che si muovono in continuazione tra un confine e l’altro, guadagnandosi a fatica da vivere: colibrì disperati a baciare ogni fiorellino secco.

Daouda si alza dalla brandina molto prima dell’alba (chi non può darsi al lusso di rilassarsi mai non può dire che si sia svegliato), testa l’equilibrio del corpo, prova il peso dei muscoli, delle ossa, della nuova pelle conciata e aspra, delle cicatrici. Testa anche l’equilibrio sulla bicicletta, pedala tra arance e mandarini nella semioscurità fino ad arrivare – braccia tese, dita pronte – al campo dei pomodori.

La tensione invisibile diventa un ronzio nelle orecchie, i timpani premuti dal sangue come in un’improvvisa emersione. È l’odio ciò che emerge dal silenzio, rompe gli argini, sommerge quei campi ora tinti dal colore dei pomodori maturi, come ogni paio di occhi furibondi lo denuncia.

Si sentono spari secchi. Vicino a Daouda due uomini cadono, cosce e ginocchia perforate dai proiettili. Daouda si butta a terra e cerca di arrivare strisciando alla sua bici. Qualcosa non funziona questa mattina, c’è la guerra al posto della solita fatica. O meglio, c’è una fatica diversa, ciascuno deve raccogliere se stesso al posto dei pomodori.

Da dove partono gli spari? Da dietro gli ippocastani? Da una casupola in fondo al campo? Dai SUV parcheggiati sul ciglio della strada, come in un safari clandestino? E cosa vogliono quei cecchini? Uccidere? Ferire? Spaventare il gregge? Mandare un messaggio in quel codice morse altisonante?

In un salto Daouda inforca la bicicletta e parte. Appoggiata alla spalla ha una pala a mo’ di fucile. Gli spari e le urla non cessano. L’immigrato s’allontana dal campo di battaglia, la schiena un bersaglio sempre più difficile.

Sulla strada spunta un SUV nero, venendo contro di lui. Si ferma. L’uomo che lo guida cerca il fucile dietro il sedile. Daouda accelera, pedalando forte, le narici dilatate pompano l’aria fredda della terra del nemico. Una mano ferma sul manubrio, mentre l’altra alza il manico della pala. Quando l’autista, fucile in mano, si gira verso di lui, la pala colpisce il parabrezza, l’attraversa tra le schegge come il rumore di pelle che si strappa, di tamburo che si rompe, conficcandosi dove prima c’erano la bocca, le mascelle.

Come fa una pala a scavare un uomo? Lì dove non ci sono tesori, né radici, né tombe future? Cosa scava questa pala tra i frutti della terra?

marzo 2, 2010 Posted by | letteratura, società | , | Lascia un commento

Quando comincia una guerra tra i poveri

http://www.primomarzo2010.it/

Rivisitazione di Michele Zizzari di Quando comincia la guerra di B. Brecht

Quando comincia una guerra tra i poveri

forse i vostri fratelli si trasformeranno

e i loro volti saranno irriconoscibili:

guarderanno gli altri e i nuovi venuti con diffidenza

e occhi colmi di paura.

Sputeranno su di loro parole traboccanti d’odio.

Ma voi dovete rimanere gli stessi.

Vi diranno che quegli altri sono diversi

figli di una mala razza

che sono invasori e infedeli,

seguaci sanguinari di un dio ingiusto e crudele.

Vi diranno che sono nemici

venuti a delinquere a casa vostra

venuti a rubarvi il pane, il lavoro e le donne.

Vi istigheranno alla violenza e al razzismo.

Vi armeranno di spranghe e di false identità.

Vi manderanno alla guerra

non come a un massacro

ma come a una giusta missione.

Avranno seppellito la pace, la fratellanza, la giustizia

l’amicizia e il rispetto.

Tutto il bene avranno dimenticato.

Ma voi nulla dovete dimenticare.

Vi imbottiranno di menzogne e di prove inventate a ogni occasione:

dai comizi, dai giornali e dai tiggì.

Vi suggeriranno all’orecchio i più beceri luoghi comuni,

facili frasi da mandare a memoria,

argomenti convincenti e di sicuro effetto

per legittimare ogni atrocità.

Ma voi dovete continuare a cercare la verità.

Vi impresteranno una morale e dei valori a buon mercato.

Vi impartiranno slogan feroci per le vostre ugole rabbiose.

Vi verseranno grappa e birra nella gola

come a tutti gli altri.

Ma voi, in nome dell’amore

dovete rimanere lucidi.


febbraio 28, 2010 Posted by | letteratura, società | , , | Lascia un commento

Sempre in partenza, sempre in viaggio, ma ancora qui..

di  Iyara Bagala (Fra Oceani)

http://www.primomarzo2010.it/

Rimango con la voglia di gioire i tanti mondi che oggi abitano l’Italia del secolo XXI .

Rimango in un viaggio costante, travolta da questi esseri in movimento; affascinata da questo mondo variopinto dove i colori di Piazza Maggiore a Bologna o del Castello Estense a Ferrara mi trasportano, come in un film dal Marocco o dal Senegal alla Palestina, dalla Polonia all’India o dalla Somalia alla Colombia.

In certi momenti, però, sento che vivo in  un’Italia dove il tempo torna indietro.

In altri invece, di nuovo mi possiede una  stupidità totale e un bisogno agghiacciante di re- inventare la vita.

Un bisogno di fuga, prima del contagio. Sì, prima di essere contagiata dall’amarezza e dalla paura che invadono le strade piene di esseri grigi con i sorrisi sbiaditi nel tempo.

Strade vuote di poesia.

Strade dove non c’è spazio per i colori, dove i sogni di quelli chiamati “altri” vengono puniti.

Strade dove la vita si racchiude in un mondo virtuale che si alimenta delle glorie del passato.

Strade che nascondono le loro debolezze dietro agli schermi, creando un mucchio infinito di esseri che nutrono la bolla artificiale del consumo, delle marche, delle macchine, del calcio, dell’indifferenza e dell’egoismo.

Sono le strade dell’Italia della crisi economica, dell’Italia  malata e moribonda, dove gli esseri umani si bruciano come se fossero spazzatura, dove i malati stranieri hanno paura di andare dai medici perché possono essere denunciati come portatori di una malattia altamente contagiosa e pericolosa: la loro diversità e la propria dignità.

Questa Italia che in pieno secolo XXI propone le “ronde cittadine” come meccanismo di prevenzione contro la violenza alle donne.”

 

febbraio 26, 2010 Posted by | letteratura, società | , | 1 commento

DAL FONDO PRIMO MARZO 2010

di Christiana De Caldas Brito

 http://www.primomarzo2010.it/

E arrivarono altri uomini e donne con passaporti di vari colori. Ubaldo li lasciò entrare. Tutti. Ogni volta, pensava: che persona normale, sana, niente corno in testa, né zampa né artigli, niente bocca che puzza di bruciato. È di gente così che l‘Italia ha bisogno! Il drago aveva i documenti in regola ma di sicuro provocherà delle risse: non aveva litigato persino con il santo? L’unicorno magari tirerà la carrozza di qualche vetturino, ma come farà a gestire quell’enorme corno nel traffico di Roma? Il dio giapponese sarà scambiato per un pazzo furioso da qualche vigile che gli ricorderà che il carnevale da mo’ che è finito. Non è meglio aprire l’Italia alla gente che lavora e sorride, che dice buon giorno e non dimentica il grazie?
In quel momento, Ubaldo pensò alla peruviana che avrebbe lavorato da nonna Palmerina. Il cuore gli batté più forte e, quasi senza accorgersene, abbozzò un sorriso clandestino:
Avanti, il prossimo!

febbraio 25, 2010 Posted by | letteratura, società | , , , | Lascia un commento

RAPSODIA IN GIALLO

di Pina Piccolo

Per il primo marzo 2010

Quasi tutti coloro che hanno avuto la buona o cattiva sorte di ritornare tra i vivi dicono che quando si scivola nel tunnel della morte si è  come circondati da un immenso, rasserenante biancore.

Quale potrebbe essere invece il colore del risveglio  dallo stato di coma e, per analogia, mettendola sul piano politico/sociale, il risveglio dal lungo torpore in cui è sprofondata gran parte della societa’ civile italiana negli ultimi 15 anni? Quale colore potrebbe essere in grado di fugare in men che non si dica  l’algido candore del coma profondo in cui versa la nostra societa’ civile? Mi verrebbe da pensare a un bel giallo, ricco luminoso, solare che potrebbe anche mantenere tra le pieghe qualcosa di fresco, tipo il colore dei limoni.

Ebbene, questo è il colore che è toccato in sorte alla giornata Primo Marzo 2010: una giornata  senza migranti, che si svolgerà  in Italia come pure in Francia, Grecia, Spagna rifacendosi a una simile iniziativa di successo organizzata nel 2006 negli Stati Uniti sulla scia del film di Arau  “A Day Without Mexicans”, (Un giorno senza messicani).

Siamo stati abituati per piu’ di un secolo ad abbinare i colori alle ideologie politiche,  qui in Italia principalmente il rosso il nero.  Questa tendenza è stata interrotta negli anni 70-80 quando il movimento ecologista dei verdi fece irruzione nella società e, secondariamente nella scena politica, piazzandosi in posizione autonoma rispetto a politica e religione. Poi ci sono stati i vari arcobaleni (della pace in Italia rifacendosi alla Bibbia, la Rainbow Coalition tra gruppi etnici, o  dei diritti GLBT negli USA). Gli arancioni di Rajneesh si rifacevano a simbologie induiste e il movimento indipendentista dell’Ucraina ha scelto lo stesso colore. Negli ultimi tempi il verde è stato riciclato e di conseguenza  da noi in Italia è toccato in sorte il verde della Lega nord mentre invece in Iran è il colore dei sostenitori di Moussavi. Adesso in Italia il viola è stato scelto per simboleggiare l’ultima resistenza allo sfacelo della Costituzione, nonostante il fatto che  in un paese cattolico faccia venire in mente la Quaresima.

Che rimestolio di simboli e di colori! I capovolgimenti sono tali da far perdere l’orientamento cromatico.

È interessante notare che il giallo, l’ipotetico colore del risveglio del coma, possiede sia valenze positive sia negative, e per me che provengo da due terre la situazione si ingarbuglia ulteriormente: sul piatto positivo della bilancia mi viene da collocare il sole (e lo sento già che in versione melo-stereotipata “Sta in fronte a te! Sta in fronte a me!”), le distese di grano frammezzate a papaveri rossi e fiordalisi azzurri,il “Yellow submarine” dei Beatles, quella specie di imbarcazione speranzosa che ci contiene tutti (“We all live in a yellow submarine”); sul piatto negativo il giallastro dell’itterizia di chi ha sofferto l’epatite virale, i morti ammazzati che popolano il genere letterario giallo, il giallo dei crumiri, mi ha ricordato un amico. Negli Stati Uniti addirittura la stampa gialla, certo giornalismo sensazionalista che in un certo momento ha favorito movimenti guerrafondai. Per non parlare poi del famoso “yellow ribbon” (nastro giallo) che a scelta potrebbe simboleggiare un augurio di ritorno  a casa delle truppe sparse per terre straniere, il simbolo di fedeltà  di una moglie e del suo entusiasmo per il ritorno a casa del marito detenuto (“Tie a yellow ribbon round the old oak tree”), o spaziando verso le Filippine , il colore scelto da Cory Aquino nella lotta contro Marcos. 

Esiste poi, storicamente, anche il giallo dell’emarginazione, basti pensare alla stella di David gialla che furono costretti a portare gli ebrei durante le persecuzioni naziste o il segnale di pericolo della bandiera gialla che veniva issata secoli prima sulle imbarcazioni in cui c’erano gli appestati o, più tardi, i malati di colera.

Oggi in Italia in un certo senso il giallo del primo marzo abbraccia le due valenze: il sole e un auspicabile risveglio della società che aspira a un nuovo modo di vivere insieme da un lato, e dall’altro la riscossa degli emarginati, degli appestati e degli ebrei di oggi che provengono prevalentemente dal sud del mondo e qualche volta anche dall’est. Arrivati ad una condizione di sfibramento da denigrazione, sfruttamento e ostilità, specialmente qui in Italia, i migranti oggi ci dicono: e vabbuo’ volete la nostra invisibilità, volete godere dei frutti del nostro lavoro e della nostra immaginazione ma senza il fastidio di dover riflettere su come si potrebbe vivere insieme in maniera equa? Ebbene noi ci renderemo invisibili per un giorno perché siamo noi a deciderlo, non ci vedrete nei luoghi di lavoro, degli acquisti, dell’amministrazione, dei commerci , per un giorno sarà “No business as usual” e al nostro posto troverete la grande macchia gialla di una fetta della popolazione, che abbraccia migranti e stanziali e che si impegna, e non solo oggi, ma nel  lungo termine, a far sparire  questa odiosa separazione tra “noi” e “loro”.

La parola “invisibilità”, ricorre nelle testimonianze dei lavoratori africani di Rosarno, che  lamentano  in una lettera “ “Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza” […] Dovrebbe far riflettere il fatto che questa condizione di invisibilità caratterizzava anche l’esistenza degli afro-americani solo qualche anno prima che nascesse il movimento per i diritti civili, e non a caso, nel 1953 esce il libro dell’autore afro-americano Ralph Ellison intitolato “Invisble Man” il cui protagonista vive in angolo dimenticato della cantina di un palazzo per soli bianchi. In questo posto segreto, rubando l’elettricità all’edificio, egli crea un ambiente illuminato da 1369 lampadine (la sua macchia gialla). Dice, “Il mio buco è caldo e pieno di luce. Sí pieno di luce. Dubito che esista un posto più luminoso in tutta New York, compresa Broadway”. Spiega poi che la luce è per lui una necessità intellettuale dal momento che “la verità è luce e la luce è verità”. Pochi anni dopo la pubblicazione di questo libro, nel 1955,  nasce e si espande rapidamente il movimento per i diritti civili degli afro-americani la cui potenza ed il cui impatto sulla società statunitense sono noti in tutto il mondo.

Dall’invisibilità alla luce: ci auguriamo che questa analogia sia foriera della nascita di un movimento di notevoli proporzioni in tutta Europa  per un nuovo modo di vivere insieme. Che il Primo Marzo 2010 danzi al ritmo di una Rapsodia in giallo il cui volume sommerga il cadenzato passo marziale che da un po’ caratterizza la colonna sonora del BelPaese! 

febbraio 2010

per il primo marzo 2010

febbraio 24, 2010 Posted by | Bologna, letteratura, società | , , | Lascia un commento

LOLITA, CHE SCANDALO!

di Lolita Timofeeva   lolitasblog.tk

Lolita Timofeeva

 Dovete sapere che in Lettonia il nome “Lolita” è molto diffuso. Però si pronuncia in modo diverso. L’accento cade sulla prima sillaba: Lòlita.

Quasi sicuramente questo nome è stato importato in Lettonia. La città di Riga sin dai tempi più remoti è il crocevia di scambi commerciali e culturali. Probabilmente il nome Lolita trovò assimilazione nella nostra cultura anche per via dell’assonanza con altri nomi tradizionali lettoni come Lìlita, Sòlvita, Èlita, Aelìta.

In diversi paesi questo nome si pronuncia in modo differente. In Francia sono Lolità, in Russia Lalìta. Quindi se mi chiamate all’italiana, non mi offendo.

Quando sono arrivata in Italia, all’inizio, presentandomi, mi stupiva lo sgranare degli occhi della gente e le esclamazioni come: “Ma è veramente il tuo vero nome?”

E si, veramente!

Intanto, quando sono nata, i miei genitori non avevano letto il famoso romanzo di Nabokov, perché allora non era ancora pubblicato nel nostro paese. Ma anche dopo, cessata la censura, quando il “peccaminoso” romanzo era a disposizione di tutti, si continuò a dare il nome Lolita alle bambine senza nessuna preoccupazione.

In Italia, come da nessun’altra parte del mondo, il nome Lolita provoca clamore. Probabilmente perché la maggior parte delle persone ha visto il film di Kubrick tratto dal romanzo e in pochi hanno letto il libro. Così, forse, è sfuggito il valore letterario di questa opera, la sua profondità, la raffinatezza del linguaggio con cui tratta l’amore. Un amore discutibile, finché volete, ma pur sempre di un grande sentimento si tratta.

La cosa che mi ha divertito di più finora a riguardo del mio nome è stata la battuta di un uomo che dopo solite presentazioni, esclamò: “Dopo aver superato l’età adolescenziale, bisognerebbe smettere di farsi chiamare Lolita!”

Risposi: “Ma io non mi faccio chiamare Lolita, io sono Lolita”.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.” (V. Nabokov)

Non è meraviglioso?

Ho provato a fare le ricerche sulle origini di questo nome. La versione più diffusa è quella che si riferisce all’origine spagnola: Dolores – Lola – Lolita.

Ma la versione che più mi affascina, è quella che afferma la provenienza di questo nome risalente ad un antico nome Romano.

Infatti, nel 54 a.C. un Lollio di incerta discendenza e provenienza sposò Aurelia, figlia del pretore Marco Aurelio Cotta. Il loro figlio di nome Marco Lollio, sposandosi nel 12 a.C. con Volusia, figlia del consolare Lucio Volusio Saturnino, ebbe due figlie: Lollia Paolina (in seguito sposa dell’imperatore Caligola) e Lollia Saturnina (consorte di un certo Valerio Asiatico). Così dal nome Lollia nacque il diminutivo Lolita che, probabilmente, fu importato in seguito nelle terre baltiche, nel periodo di scambi commerciali sulla via dell’ambra e forse anche in Spagna.

Ho scoperto anche che il nome Lollio, a sua volta, proviene dal nome di un’erba – Lolium (Loglio in italiano).

Con il termine “Loglio” si identificano alcune graminacee molto simili tra loro ma fra tutte una è assai nota per essere citata in una famosa parabola evangelica. La Zizzania, di cui si parla nel Vangelo secondo Matteo, non è altro che il Loglio ubriacante (Lolium temulentum) i cui semi si mescolano, nel campo, a quelli delle buone erbe. La pericolosità di questa graminacea che infesta le messi fu ben nota fin dai tempi più antichi poiché i suoi semi, se macinati con i cereali, possono provocare dolori al capo, vertigini e oscuramento della vista. Proprio come il nome Lolita, guarda caso.

 

febbraio 23, 2010 Posted by | arte, Bologna, letteratura, Lolita Timofeeva, società | , , | Lascia un commento

GIORGIO CELLI, COSTANZA SAVINI E LOLITA TIMOFEEVA HANNO PARLATO DELLA LORO SCRITTURA E PITTURA NELLA BIBLIOTECA DELLE DONNE A BOLOGNA

Di Elisabeth Thatcher

 

Nella foto: Costanza Savini, Gaetana Miglioli, Lolita Timofeeva, Giorgio Celli e Daniela Delzotti (foto di Lodovico Pignatti Morano)

Il 10 novembre alle ore 18 nella Biblioteca delle Donne a Bologna, in una sala gremita di gente ha preso vita una discussione accesa con escursioni poetiche e filosofiche sulle esistenze umane.., accompagnata da letture di brani dei libri presentati, eseguite da Gaetana Miglioli e Daniela Delzotti.

Sono stati presentati tre libri: “Il lago in soffitta“ (romanzo, ambientato sul lago di Garda), “La costellazione del Principe Splendente” (una favola) di Costanza Savini e “Destini”, scritto a quattro mani da Giorgio Celli e Costanza Savini.

“Destini” fa da filo conduttore a una piccola anteprima di una mostra di Lolita Timofeeva in preparazione. Le opere esposte sono di grandi dimensioni e trasportano lo spettatore all’interno delle camere di un albergo. Di un albergo si parla anche in uno dei racconti pubblicati nel libro “Destini”.

È un connubio e un confronto singolare caratterizzato dall’uso di due diversi mezzi espressivi come scrittura e pittura per affrontare lo stesso tema.

La scrittrice Costanza Savini si mette nei panni della vecchia proprietaria di un lussuoso albergo, osservando le vite e i destini più inaspettati che passano davanti ai suoi occhi. La vita dell’anziana signora si svolge all’interno dello stesso albergo nell’attesa di trovare la chiave per aprire una stanza – metafora del suo passaggio nell’aldilà.

La pittrice Lolita Timofeeva   raffigura le finestre dell’albergo Drapperie, di fronte al quale ha abitato per tanti, come un invito al voyeurismo. Ha ritratto le sue finestre come piccoli teatrini, come palcoscenici per la rappresentazione di storie umane. L’artista ha spiegato che alcune scene le ha trasferite sulla tela tali e quali, affascinata dall’ambiguità della situazione, affermando che spesso la realtà supera la fantasia. Altre, invece, sono di pura invenzione.

Giorgio Celli, parlando del libro scritto a quattro mani, ha fatto un’escursione nell’affascinante mondo di due visioni diverse: lui, materialista, maschilista e realista e Costanza, che ogni cosa la percepisce come un simbolo, un segno, una metafora.

La serata si è conclusa con un brillante confronto dialettico fra Lolita Timofeeva e Giorgio Celli sull’approccio dello spettatore a un’opera d’arte vista come proiezione di se stessi, come un’immagine di se riflessa nello specchio, degna di analisi Freudiana.

“Hotel Drapperie 1”, cm. 120x100, di Lolita Timofeeva

“Hotel Drapperie 2”, cm. 120x100, di Lolita Timofeeva



“Hotel Drapperie 3”, cm. 120x100, di Lolita Timofeeva

novembre 17, 2009 Posted by | arte, Bologna, Elisabeth Thatcher, letteratura, società, Uncategorized | , , , , , | 2 commenti